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GraphiQuote 001 - Le correzioni - Jonathan Franzen - Serena Schinaia - This Is Not A Love Song

GraphiQuote 001 – Le correzioni – Jonathan Franzen – Serena Schinaia

Le correzioni
(Jonathan Franzen)

 

A postcard novel by Serena Schinaia

2001, Einaudi, traduzione di Silvia Pareschi

«La sera del settantacinquesimo compleanno di Alfred, Chip era a Tilton Ledge, solo, e si accingeva a un rapporto sessuale con la chaise longue rossa.
Era l’inizio di gennaio e i boschi intorno al torrente Rottami erano fradici di neve in disgelo. Soltanto le luci dei centri commerciali nel cielo del Connecticut e il bagliore digitale degli apparecchi elettronici casalinghi illuminavano le sue imprese carnali. Era in ginocchio ai piedi della poltrona e ne annusava la stoffa minuziosamente, palmo a palmo, nella speranza che qualche aroma vaginale indugiasse ancora, otto settimane dopo che Melissa Paquette ci si era sdraiata sopra. Odori solitamente distinti e identificabili – polvere, sudore, urina, puzzo di fumo da sala di ricreazione, un effimero sentore di fica – divennero astratti e indistinguibili per il troppo annusare, e così dovette fermarsi più volte per far riposare le narici. Introdusse le labbra negli ombellichi abbottonati della chiase longue e baciò la lanugine, la sabbia, le briciole e i capelli che vi si erano raccolti. Nessuno dei tre punti in cui gli era parso di fiutare Melissa emanava in modo inequivocabile quell’odore penetrante, ma dopo paragoni approfonditi scelse il meno ambiguo dei tre, vicino a un bottone appena sotto lo schienale, e gli dedicò piena attenzione olfattiva. Accarezzò gli altri bottoni con entrambe le mani, mentre la stoffa fresca gli sfregava le parti basse in una misera imitazione della pelle di Melissa, finché fu talmente certo dell’esistenza di quell’odore – talmente fiducioso di possedere ancora qualche reliquia di lei – che riuscì a consumare l’atto. Poi rotolò giù dal compiacente pezzo d’antiquariato e si accasciò sul pavimento con i calzoni sbottonati e la testa appoggiata all’imbottitura. Un’altra ora era trascorsa, e lui era sempre più prossimo a non chiamare suo padre nel giorno del suo compleanno.»
(pp. 79-80)

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