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I DOLORI DEL GIOVANE ELVIS - This Is Not A Love Song

I DOLORI DEL GIOVANE ELVIS

Tra un lockdown e l’altro abbiamo intervistato
Mathew Lee Cothran, aka Elvis Depressedly,
in uscita con il nuovo -“sofferto” – album Depressedelica.

di Marco Frattaruolo 

 

Il post pubblicato sulla pagina Facebook di Elvis Depressedly il 19 settembre 2019 – in quest’epoca plastica, fatta di stories e apparenze, vulnerabilità soffocate e in cui quasi-tutto sembra necessitare della certificazione “good vibes” o all’estremo opposto del presammalismo-ad-ogni-costo – ci ha riportato con i piedi per terra.

hello.i have spent the last month in treatment for mental health and addiction to alcohol. i am doing a lot better…

Pubblicato da Elvis Depressedly su Giovedì 19 settembre 2019


Con quel post Mathew Lee Cothran si era messo a nudo rivelando al mondo i suoi problemi di salute mentale e di dipendenza
. Per quelli affezionati alla sua musica fu un momento di infinita tristezza.
Attraverso quel messaggio spiazzante Cothran annunciava inoltre che l’album che avrebbe dovuto pubblicare da li a qualche settimana, il 4 ottobre 2019, e che era stato anticipato dal singolo Jane, Don’t You Know me, sarebbe stato messo in soffitta. Che prima sentiva il dovere di risolvere i suoi problemi, poi sarebbe venuto tutto il resto.

Mesi di silenzio si sono susseguiti fino allo scorso 10 aprile, quando con un altro messaggio il musicista americano annunciava l’uscita di Depressedelica. Ed è stata una specie di liberazione, un segnale che forse le cose si erano sistemate, che il nostro ne era uscito. Eravamo confinati nel bel mezzo del lockdown, chiusi in noi stessi e nelle nostre camere, quando Depressedelica ha visto la luce. Ci stavamo abituando al lento scorrere del tempo – dettato da serie tv, film e libri – e il disco di Elvis Depressedly – con i suoi testi malinconici e depressi e le melodie sempre squisitamente lo-fi ma questa volta infarcite di auto-tune e beat elettronici – è entrato dritto in quel vortice emozionale.
Un po’ titubanti abbiamo pensato di contattare Matthew. Con la paranoia di disturbarlo e che forse, visto il momento, desiderava solo essere lasciato in pace. Turbe che alla fine si sono rivelate totalmente infondate visto che dalla prima email in poi è nata questa chiacchierata in cui oltre ai già citati problemi, Cothran ci ha parlato del suo ultimo disco, del tributo ai Primal Scream, dell’essenza indipendente del suo progetto e di come ha vissuto questo strano periodo di isolamento.

(((Ciao Mathew, prima di iniziare ci dici quale è la tua canzone d’amore preferita?)))

Ne ho moltissime! Probabilmente la mia preferita è Mind Games di John Lennon, penso che questa canzone, meglio di qualsiasi altra, rappresenti il trionfo e il sacrificio dell’amore.

Nei tuoi ultimi post su Facebook hai rivelato i tuoi problemi di salute mentale e di abuso di sostanze. Quanto è stata importante la musica durante quei momenti di sconforto e in che modo i problemi hanno influito sulla tua scrittura e viceversa?

È difficile superare momenti difficili dovuti all’instabilità mentale o all’abuso di sostanze, sono quel genere di cose che una volta dentro non scorgi mai la fine. È come se fossero compagni di stanza con cui devi imparare a condividere il tuo spazio mentale, posso accettarli ma è come se di fatto non avessi altra scelta.
In quel periodo ascoltare musica è stato piuttosto vitale. Il genere più confortante per me sono le ballate jazz, davvero un’ottima musica per mettere in ordine i pensieri. Quando mi sento giù ascolto un sacco Bill Evans, artista che ha avuto una vita abbastanza tragica che penso si rifletta nel suo modo di suonare il piano. C’è anche molto umorismo nella sua musica, vedi ad esempio la giocosità che permea Suicide Is Painless, in cui riesce a combinare alla grande il tragico e il comico.
Il mio processo di scrittura è rimasto lo stesso, ho provato un sacco di cose nuove sperando di riuscire a trovare un modo per sviluppare le idee nonostante le mie competenze limitate. Penso sia andata bene.

Screamadelica è un grande album, forse uno dei migliori di tutti i tempi, e volevo rendere omaggio alle mie influenze

La tua musica si è sempre caratterizzata per la tua attitudine DIY e un approccio lo-fi. Nel frattempo la musica mainstream è stata travolta da fenomeni come la trap, hip-hop ed elettronica. Nel tuo ultimo album si percepisce una sorta di cambiamento: l’uso di manipolazioni digitali delle linee vocali (Jane, Don’t You Know Me, Peace On Earth e Control) e di beat elettronici (Chariot). Cosa ti ha spinto a intraprendere questa nuova strada e ti senti a tuo agio ad avere a che fare con queste nuove sperimentazioni?

Direi che la mia musica ha sempre avuto elementi pop, elettronici, hip-hop etc. Il primo album su cui ho usato l‘autotune è stato Mickey’s Dead uscito nel 2012 e probabilmente sconosciuto a molte persone. Anche in New Alhambra gli effetti vocali erano presenti. L’utilizzo di auto-tune e altri strumenti tecnologici è qualcosa che ho sempre sperimentato perché di fatto sono sempre stati presenti nella musica con cui sono cresciuto nell’era grunge-punk dalle tinte pop.
Mi sento a mio agio con la nuova direzione che ho cercato di intraprendere, ma non so se lo stesso vale per i miei ascoltatori. Nel prossimo album ho intenzione di tornare sui vecchi suoni. Niente autotune, nessuna traccia di drum machine e molta più chitarra. Suonerà molto bedrock n’roll: solo pop e rock, meno fronzoli e fischiettii.

Se ti chiedessi di scegliere una o più canzoni che rappresentano il tuo nuovo album a quale penseresti?

Ti risponderei con Peace On Earth e Control, che sono il cuore musicale ed emotivo dell’album. Sono una specie di lato A e lato B dell’idea che c’era dietro al disco, la continua ricerca della pace interiore ed esteriore con le quali attualmente sono in conflitto.
Forse sono le due tracce che meno sono piaciute a chi ha ascoltato il disco, ma penso che si tratti delle due migliori cose che abbia mai scritto.

Il titolo dell’album, Depressedelica, sembrerebbe un tributo ai Primal Scream e a quello che è forse il loro lavoro più iconico, Screamadelica. È stato un caso o era tua intenzione omaggiarli in qualche modo?

È stata decisamente una mia intenzione. Ho modellato il mio disco dopo aver ascoltato Screamadelica e volevo spingermi in qualche modo nella direzione in cui si erano spinti i Primal Scream, prendendo l’idea di una band e piegandola e deformandola in quante più forme possibili. Come Screamadelica il mio ultimo album ha in sé molti stili diversi che spero arrivano all’ascoltatore. Screamadelica è un grande album, forse uno dei migliori di tutti i tempi, e volevo rendere omaggio alle mie influenze.
Volevo che ogni canzone su Depressedelica si rispecchiasse da qualche altra parte nella cultura musicale, come se avesse una canzone sorella. Mi è sempre piaciuto ricercare le influenze di determinate band, quindi ho cercato di rendere più facile la vita a quegli ascoltatori che cercano di fare lo stesso con la mia musica.

Piattaforme come Bandcamp sembrano una semplice vetrina per gli artisti ma, nel tuo caso, sono state d’aiuto per fare della musica un lavoro, quanto è stato difficile? Credi che queste permettano agli artisti di mantenere una certa indipendenza e autogestione dalle etichette più grandi?

Non posso parlare per le altre etichette, ma quella con cui collaboro ha a cuore molte altre cose rispetto al guadagno. Non sarei qui a parlare con voi senza il loro instancabile aiuto e la loro empatia. Devo ammettere di essere un po’ diffidente nei confronti di piattaforme come Bandcamp, penso che alla fine condividano gli stessi interessi di Spotify, ma così va il mondo.
Oggi è decisamente più facile essere indipendenti rispetto a quando ho iniziato a pubblicare le mie prime cose, ma è altrettanto vero che ci sono sempre più ostacoli, senza tecnologia ad esempio non è possibile esplorare nuovi modelli. Il miglior consiglio che mi sento di dare a un artista è di mantenere una sana sfiducia nei confronti delle anime non artistiche che stanno nell’industria musicale. Ciò che veramente conta è il coraggio e il pubblico, il resto è solo un riempitivo.

Quanto è importante per te restare indipendente?

Sono indipendente nel senso in cui la mia visione è la mia visione, ma questa è l’indipendenza che è concessa a tutti. Per me la cosa più importante è riuscire a fare qualcosa che mi piace ascoltare, e sono fortunato ad avere abbastanza libertà e la menta abbastanza aperta per farlo.
Essere indipendente come artista non è per tutti facile. Non sono nessuno per poter giudicare cosa è legittimo e cosa non lo è, anche se quando ero più giovane mi sembrava di avere le idee chiare su cosa fosse vero e finto, ma alla fine che importa? Tutto ciò che conta è se stai facendo del tuo meglio, se fai progressi e se questi ti aiutano a crescere personalmente.

Il miglior consiglio che mi sento di dare a un artista è di mantenere una sana sfiducia nei confronti delle anime non artistiche che stanno nell’industria musicale. Ciò che veramente conta è il coraggio e il pubblico, il resto è solo un riempitivo

Durante il mio periodo di quarantena mi sono spesso trovato a cantare la tua Wastes Of Time, per me una delle tue più belle canzoni. Ci sono stati album o canzoni che ti hanno dato conforto nelle ultime settimane? E come hai passato il tempo durante questo periodo di quarantena?

Ho ascoltato tantissimo i Wire, i Black Sabbath e in generale l’energia punk mi ha motivato ad andare oltre. Ho visto molti film e letto tanti libri. In questo momento sto leggendo Pimp di Iceberg Slim. Penso che dovrebbero farlo leggere in tutte le scuole d’America, offre un onesto ritratto su quello che è il mondo che ci circonda.


*Dopo la realizzazione dell’intervista Mathew ha pubblicato altri due album: il primo intitolato Curse Rotted Record con il gruppo The Goin’ Nowheres;
il secondo sotto il suo nome di battesimo e intitolato
Condemned To Die In A Carolina Motel Bar

 

 

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