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Sette litri e mezzo - Un racconto illustrato della quarantena - This Is Not A Love Song

Sette litri e mezzo – Un racconto illustrato della quarantena

di Wu Han
illustrazioni di Simone Manfrini

Cinque bottiglie d’acqua. Un litro e mezzo l’una. 7 litri e mezzo. Divisi per tre. Un uomo può resistere anche una settimana senza bere, aveva detto Piero a Superquark. Altri animali anche di più. Suo padre, per esempio, era “un animale” – diceva sempre mamma. Forse, tagliando la sua parte, potevano arrivare a 10 giorni. Come quello che si era perso nel deserto durante la Marathon des sables. Lui, certo, aveva dovuto bere la sua pipì. Ma aveva guadagnato tre giorni.

Per questo lei era un asso nelle tabelline – si esercitava ogni sera senza nemmeno pensarci. 7 litri e mezzo diviso tre. Potremmo sopravvivere ancora, se ci chiudessero in casa e non potessimo uscire – come quella volta di Chernobyl. E si addormentava tranquilla.

Era come contare le pecore, in fondo. Solo che lei con le pecore del sonno non ci riusciva. L’idea stessa che fossero potenzialmente infinite, era il problema. Potevi restar lì a contare per sempre. Potevi non addormentarti mai più.

Morire a tradimento mentre ancora contavi.

Paradossalmente, invece, le infondeva una sorta di calma l’idea che i litri, in casa, fossero quelli. Un numero finito. Un orizzonte certo. Poi, viene la morte. Ma soltanto poi. Intanto, hai 10 giorni garantiti – 13 forse, se ti bevi la pipì. Quindi, pensa a tutto ciò che ci vuoi farci e fallo, subito – lascia stare le dannatissime pecore!

Era cresciuta così. Concentrata su un unico obiettivo. Non avere rimpianti alla fine dei 7 litri e mezzo. Vivere il più – intensamente – possibile. Che non era mica facile, in un mondo in cui la gente invece agiva come se il tempo non dovesse finire mai.

I viaggi rimandati, i baci mancati, i progetti a data da destinarsi. Lei, proprio non li capiva.

 

Quando arrivò l’epidemia aveva quasi 35 anni. 34 anni, 11 mesi e soli 3 rimpianti, per la precisione. Furono comunque gli ultimi, a pesarle, quando iniziò la quarantena. E per la prima volta era per tutti così. Gente che aveva rimandato la palestra per anni al lunedì dopo, usciva a correre – adesso – anche sotto il temporale. Faceva code di ore al supermercato per sostituire una lampadina rotta dal ’96. E ne usciva con chili di roba liofilizzata, boccheggiando sotto le maschere da sub integrali, negli occhi la sabbia incrostata dell’agosto prima.

Sembrava stessero partendo tutti per lo spazio. Astronauti sottomarini in ciabatte in cerca di occasioni.

“Ti invito a cena su skype, devo assolutamente vederti” le scrisse un tizio che in due anni di chat non s’era arrischiato a proporre neanche un caffè. Non riusciva a ricordare la sua voce – le spiegò – non capiva come mai e ci stava impazzendo. Rimase sconvolto quando lei gli rispose che era perché non si erano mai sentiti prima. Subito lo cancellò dai rimpianti.

Al ventesimo giorno prolungarono la quarantena. Che dal nome, già – aveva pensato lei – per forza doveva finire così. Per questo, da subito, s’era comprata 40 bottiglie d’acqua. Un litro e mezzo l’una. Un orizzonte certo, rassicurante. Ma per gli altri, il panico vero. Se la presero con chi era uscito, con chi usciva. Attivarono la “sorveglianza di vicinato”.

Dai balconi fotografavano chi andava a lavorare e mentre non c’erano gli svaligiavano casa, la notte incendiavano le loro auto parcheggiate.

Al trentacinquesimo giorno chi aveva il porto d’armi arrivò a sparare, la bava alla bocca che vomitava insulti e minacce terribili. I supermercati erano aperti, ma gli scaffali ora rimanevano pieni. La gente aveva paura di andare a far la spesa. E non era il virus, adesso, ma il vicino: il rischio di restarci impallinato, sul marciapiede. La notte sentiva i bambini piangere. Era la fame pur senza carestia, la guerra pur senza bombe o nemici – se non la paura stessa.

Mise la testa sotto il cuscino e tirò un sospiro, contando a mente.

Cinque bottiglie. Sette litri e mezzo. E due soli rimpianti da non rimandare al futuro.

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